Affittare un utero in India

Ago 09, 13 Affittare un utero in India
La compravendita di neonati è generalmente considerata un reato in tutti i Paesi del mondo. Ma forme analoghe di commercio, scientificamente più sofisticate e presentate in modo più accettabile, sono in buona sostanza riproposte all’interno dell’enorme e prospero mercato mondiale della procreazione in vitro, in tutte le sue varianti. Un commercio che conferma la consuetudine antichissima per cui sono i più poveri e bisognosi a cedere i propri corpi e i propri figli ai più ricchi, per soddisfarne bisogni e desideri.
Molti, però, considerano l’utero in affitto come una pratica commerciale, come se pagare una donna perché porti avanti una gravidanza e partorisca un figlio conto terzi non fosse altro che una operazione commerciale e non altruistica.
foto-mamme-india-affitto.uteroLa procedura è standard in tutto il mondo: l’embrione trasferito nell’utero temporaneamente messo a disposizione è generato da un uomo e una donna sposati o conviventi. Ma sempre più spesso a commissionare la gravidanza è una persona sola o una coppia omosessuale, e allora anche sui legami biologici fra il nascituro e chi lo ha concepito concretamente regna un’incertezza totale.
Per una coppia omosessuale maschile, poi, utero in affitto e compravendita di ovociti sono pressoché l’unico modo di avere figli con qualche proprio contributo genetico: per questo l’introduzione dei matrimoni gay o il riconoscimento di unioni tra persone omosessuali porta inevitabilmente alla legalizzazione e al dilagare di questi commerci e alle pratiche di fecondazione in vitro.

Questo business in India è talmente elevato da far scattare l’allarme: l’Indian Council of Medical Research, organismo governativo, nel 2005 ha emanato linee guida per cercare di regolamentare un fenomeno che ha registrato un vero e proprio boom, attirando coppie letteralmente da tutto il mondo. Inoltre dal dicembre 2012 non è più possibile per gli stranieri accedere alla maternità surrogata in India con un semplice visto turistico, ma è necessario procurarsene uno medico, per avere il quale occorre comunque offrire alcune garanzie minime, come per esempio il fatto che nella nazione di provenienza dei committenti questo tipo di pratica sia consentita, oppure che l’accordo con la madre surrogata sia formalizzato ufficialmente. Nonostante queste disposizioni minimali, la situazione descritta dall’inchiesta rimane agghiacciante, e non è esagerato parlarne usando la parola schiavitù.

foto-gravidanzaParlare di scelta delle donne che accettano di diventare gestanti in sostituzione di altre, è una crudele menzogna: le madri surrogate sono solitamente povere e semianalfabete, con impieghi precari e comunque senza prospettive di carriera lavorativa. Lo fanno per soldi, sostenute dai mariti che spesso ne hanno bisogno per pagare debiti, o per assicurare un’educazione ai propri figli. Le donne intervistate hanno per la maggior parte un’età fra i 26 e i 30 anni e devono essere fertili, quindi hanno già altri bambini. La legge vieta di utilizzare i propri ovociti per gravidanze a pagamento: per un surreale paradosso, quindi, donne giovani e feconde vengono obbligate per contratto a sottoporsi esclusivamente a tecniche di fecondazione in vitro per avere bambini a cui dovranno rinunciare subito dopo il parto. Nel caso di aborto, spontaneo o procurato, non sempre le gestanti vengono pagate, così come non è stabilito il compenso in presenza di gemelli. Può accadere anche che la stessa coppia si procuri due o tre madri surrogate contemporaneamente, per avere una maggiore possibilità di successo: se tutte rimangono incinta, sono i committenti a decidere se farle partorire tutte o no.

La maggior parte delle madri surrogate trascorre i nove mesi di gravidanza in veri e propri rifugi: residenze protette innanzitutto per impedire alle donne di scappare con i figli in pancia, e poi per assicurare loro una nutrizione adeguata e anche per tenerne sotto controllo le condizioni igieniche e sanitarie, evitando, per esempio, che contraggano malattie sessualmente trasmesse dai propri mariti.


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