Omogenitorialita’: intervista al Dott. Federico Ferrari

Dic 19, 12 Omogenitorialita’: intervista al Dott. Federico Ferrari

Intervista a Federico Ferrari, psicologo delle Famiglie Arcobaleno.

Studiando in modo continuativo e aggiornato la letteratura scientifica sull’omogenitorialità e le dinamiche, le specificità, i bisogni e in genere le migliori prassi, cosa può dirci in merito alle famiglie omogenitoriali?

Esistono innumerevoli configurazioni familiari “omogenitoriali”, con specificità, bisogni e buone prassi diverse. E’ molto diverso parlare di famiglie “omogenitoriali ricomposte”, in cui una coppia omosessuale ha avuto figli da un precedente matrimonio, o invece di famiglie a fondazione omosessuale, in cui una coppia lesbica o gay ha avuto dei figli suoi tramite Procreazione Medicalmente Assistita. Ancora diverse sono le famiglie a fondazione allargata (tri- o tetragenitoriali), in cui la co-genitorialità è condivisa da due coppie omosessuali, o da una coppia omosessuale e una persona di sesso diverso. foto federico ferrariCiò che tutte le formazioni familiari hanno in comune è che la loro funzionalità non dipende dal sesso dei genitori, ma dalla loro capacità di amare, prendersi cura e offrire contenimento ai propri figli, nonché dalla qualità delle relazioni tra le diverse figure genitoriali. In genere le difficoltà nascono dai tentativi di nascondere agli altri qualcosa che è perfettamente evidente ai figli, invece di offrire loro gli strumenti per parlarne liberamente e con piena cognizione. è quindi fondamentale che ogni conformazione familiare venga riconosciuta nella sua liceità e rimandata ai bambini come “buona” e degna di riconoscimento. Come già nel 2006 ha affermato ufficialmente la American Academy of Pediatrics, il riconoscimento legale delle coppie omosessuali e la possibilità per il genitore non biologico di adottare il proprio figlio rappresentano un passo fondamentale e necessario a garantire questi bambini: tanto nel dare loro la sicurezza di una rete solida di relazioni di fronte alle avversità, quanto nell’offrire loro un senso di completo riconoscimento e una tutela definitiva dal dubbio che le loro famiglie siano per qualche ragione di serie B.

Considerata la scarsità di formazione nel nostro paese su questi argomenti, ritiene che i figli di coppie omogenitoriali abbiano problemi di inserimento?

Quando i genitori sono aperti rispetto alla loro omosessualità e si rivolgono preventivamente alla scuola per preparare il terreno (così che gli insegnanti non si trovino impreparati), e trovano dall’altra parte insegnanti pronti ad ascoltare e soprattutto a farsi garanti affinché la realtà familiare specifica dei bambini sia sempre rispettata (nella trattazione del programma, ma anche di fronte ai compagni), non si va incontro a particolari problemi. In Italia, il contributo dell’associazione Famiglie Arcobaleno è in questo senso fondamentale, poiché aiuta i genitori a trovare l’approccio più adatto a partire dall’esperienza e offre risorse alle insegnanti su come comportarsi, anche attraverso importanti occasioni di formazione. In tal proposito, dal 2006 ad oggi, ci sono stati almeno tre bellissimi convegni nazionali (organizzati con le università di Bergamo, Bologna e Foggia), che hanno segnato un crescendo di interesse per l’argomento.

Lei ha contatti diretti con i figli delle Famiglie Arcobaleno, cosa può raccontarci di questi bambini? Sono sereni?

I figli delle famiglie omogenitoriali sono sereni come lo sono quelli delle famiglie eterogenitoriali. Sono molto consapevoli del fatto di venire da famiglie considerate “differenti”, qualche volta si trovano di fronte all’incredulità dei compagni, qualche volta i compagni si fanno portatori dei pregiudizi dei propri genitori. E’ una situazione che, sotto questo punto di vista, assomiglia a quella dei figli di famiglie migranti. I figli di genitori omosessuali possono talvolta incontrare attacchi contro la loro famiglia, ma trovano di solito a casa delle competenze specifiche su come fare i conti con il pregiudizio (i loro genitori hanno dovuto affrontarli prima di loro), e soprattutto dei genitori estremamente vigili rispetto a questo. Questo spiega i risultati della ricerca scientifica che vedono i figli di genitori omosessuali particolarmente “resilienti”, cioè capaci di superare le difficoltà, non dunque bambini che non vengono mai discriminati (questo purtroppo finché non avremo nemmeno una legge contro l’omofobia sarà difficile), ma bambini che hanno risorse (anche familiari) sufficienti per essere sereni nonostante le eventuali discriminazioni.

Quali sono i pro e i contro per il bambino? E perché ci sono fra i suoi colleghi psicologi pareri molto discordanti sull’argomento?

La psicologia si poggia spesso su degli assunti molto difficili da mettere in discussione. Ancora oggi, nonostante 40 anni di ricerca scientifica, i cui risultati sono massivamente concordi nel ribadire che non esiste evidenza alcuna di disagi particolari dovuti all’omosessualità dei genitori, quale che sia la conformazione familiare specifica, i detrattori dell’omogenitorialità si aggrappano a concetti mai provati scientificamente, come “l’Edipo” e l’idea che l’identità di genere degli individui si plasmi come “identificazione e differenziazione” dal genere dei genitori, che dunque dovrebbero essere necessariamente di sessi diversi. Come se l’individuo crescesse in una bolla isolata con i suoi genitori e nessun altro. In realtà è proprio l’evidenza della ricerca sulle famiglie omogenitoriali che ci obbliga a considerare delle ipotesi diverse. Per esempio sembra essere fondamentale il rapporto con i pari, ma anche con gli insegnanti, la famiglia allargata, e naturalmente l’intero immaginario culturale, oggi, in particolare, i media. I vantaggi del crescere in famiglie omogenitoriali sembrano essere una maggiore apertura mentale, e in generale un maggiore rispetto delle differenze. In questo la ricerca scientifica sembra confermare il senso comune.

Qual è la sua opinione in merito alle famiglie tri e tetra parentali? Come le sembra il progetto di co-genitorialità?

Da un lato queste famiglie condividono molte delle dinamiche delle “tradizionali” famiglie ricomposte, quelle cioè con genitori separati che hanno trovato un nuovo compagno o una nuova compagna e condividono con lui o lei le responsabilità quotidiane della crescita dei figli. D’altro canto le famiglie omogenitoriali a fondazione allargata se ne distinguono nettamente poiché l’estensione della co-genitorialità oltre la coppia non nasce da un conflitto o da una separazione, e in questo senso i rapporti possono risultarne facilitati. In Francia questo tipo di famiglie è molto più frequente che in Italia. Questo forse perché nel nostro paese tendiamo a sentirci particolarmente legati alle forme famigliari mono-nucleari con una coppia genitoriale o un genitore single. La ragione di questa preferenza potrebbe riguardare il fatto che le famiglie mono-nucleari rimandano maggiormente ad un’immagine tradizionale di famiglia, ma quel che mi sembra più rilevante è che sono certamente strutture più semplici e in cui le dinamiche relazionali risultano più facili da governare (…due genitori fanno prima a mettersi d’accordo di quattro).

Lei si occupa anche di psicoterapia per coppie omosessuali che progettano di avere figli. Qual è la paura più frequente che ha riscontrato?

Chiaramente tutte le persone omosessuali cresciute in un contesto che non prevede per loro una realizzazione affettiva e familiare sono esposte all’eventualità di condividere tali pregiudizi. Molti gay e molte lesbiche arrivano ad accettarsi avendo investito su un progetto di futuro senza figli, avendo fatto il “lutto” di questa possibilità. Quando dunque questa eventualità si riapre, essa impone di rifare i conti con una serie di assunti e di pregiudizi che si aveva finito per accettare. Quando una coppia si trova su posizioni differenti rispetto al desiderio di coronare il proprio amore formando una famiglia, questo può aprire a delle tensioni su tutta una serie di rappresentazioni e di valori. Anche quando un’informazione scientifica corretta in merito smonta i pregiudizi acquisiti negli anni e permette di recuperare eventuali desideri di maternità o di paternità, può rimanere una certa sensibilità al pregiudizio sociale, un timore profondo di non essere adeguati. Il che a ben vedere è un timore molto sano per chiunque affronti il difficile compito di genitore, poiché se è accompagnato alle risorse necessarie ad una forte assunzione di responsabilità verso i propri figli, garantirà la capacità d mettersi in discussione e di rimanere sempre in ascolto dei bisogni dei bambini. L’unico rischio in questi casi è di mettere i figli su un piedistallo e faticare a porre dei limiti netti, il che d’altra parte è quello che sta succedendo in generale alle famiglie contemporanee di ogni genere.

A oggi sono circa 100.000 i bambini con almeno un genitore omosessuale. Secondo lei, a grandi linee, quali saranno i numeri tra 5/10 d’anni?

Ad oggi, di quei 100.000 bambini la grande maggioranza sono i figli avuti da persone omosessuali all’interno di coppie eterosessuali: situazioni in cui di solito la consapevolezza della propria omosessualità, o il coraggio di viverla, sono arrivate solo dopo aver provato a formare una famiglia secondo un percorso eterosessuale. La mia ipotesi è che tra 10 anni, se il percorso di accettazione e tutela sociale dei diversi orientamenti sessuali continuerà in Italia come nel resto d’Europa, saranno molte di più le persone omosessuali che creeranno una famiglia nella consapevolezza del proprio orientamento sessuale con un partner dello stesso sesso e molte di meno quelle che si sentiranno obbligate a seguire una strada che non gli appartiene per poi realizzare la propria identità in un secondo momento, ma immagino che i numeri complessivamente non cambieranno molto. Il fatto è che i numeri non hanno grande importanza. Ogni famiglia è unica e deve essere tutelata, poiché la qualità delle sue relazioni e del futuro dei suoi figli non dipendono dal sesso dei suoi componenti, ma dalle risorse che quella famiglia ha a disposizione e dalla sua capacità di farvi ricorso.

Di Sarah Kay


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